“Ero straniero e mi avete accolto...”

Torna la rubrica a cura della Caritas di Grosseto

| Categoria: Attualità
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GROSSETO - Voglio toccare un punto che ci sta particolarmente a cuore, una questione “delicata” che ha voluto toccare anche il Vescovo Rodolfo Cetoloni nella sua recente lettera ai fedeli della Diocesi per stimolare il dibattito sulla accoglienza dei rifugiati.
La Caritas, che è un ufficio della Curia Grossetana, non gestisce direttamente l’accoglienza ma è “sul pezzo”, come sempre nei fatti, senza chiedere nulla e nel nostro stile, cercando essere la voce di chi una voce non ce l’ha. Con grande rigore e attenzione il lavoro di Caritas in questo specifico settore è apprezzato in tutta Italia.
Il 2014, anno di arrivi record sulle coste italiane, ha visto la rete Caritas in tutta Italia intensificare la propria già intensa opera di accoglienza dei migranti sbarcati, e soprattutto delle persone richiedenti asilo o protezione umanitaria. Un monitoraggio di Caritas Italiana, avviato esattamente un anno fa, ha evidenziato l’esistenza e la continuità di lavoro di un considerevole numero di accoglienze da parte delle Caritas diocesane. A metà settembre, il numero degli ospiti presenti nelle strutture convenzionate con le diocesi era 3.466, e in realtà sarebbe ancora di più se si considerassero le persone allontanatesi spontaneamente, dopo un breve periodo di accoglienza, e quelle inserite nel frattempo nel Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), coordinato dal ministero dell’interno.
Dalle 1.444 presenze monitorate agli inizi di maggio scorso, si è insomma passati alle quasi 4 mila. Le regioni dove le diocesi ospitano il numero maggiore di migranti e richiedenti protezione internazionale erano al 15 settembre Sicilia (693 presenze), Lombardia (581), Campania (545), Toscana (206) e Lazio (197). La distribuzione delle accoglienze per area macrogeografica nazionale fa registrare il 37% al nord, il 21% al centro, il 19% al sud e il 24% nelle isole; i principali paesi di provenienza sono Nigeria, Mali, Senegal, Gambia e Ghana, oltre alla Siria ed Eritrea.

I gruppi provenienti da questi ultimi due paesi manifestano estrema mobilità: molti hanno scelto di fermarsi anche solo una notte nei centri d’accoglienza, abbandonandoli alle prime luci del giorno successivo, senza preavviso e con la speranza di raggiungere al più presto il nord Europa e le reti parenterali di riferimento in Germania e Svezia.
Oltre alla “fluida” presenza delle famiglie siriane ed eritree, le principali criticità hanno riguardato lo scarso preavviso, dell’arrivo di cospicui gruppi di persone da accogliere, così come l’assenza di indicazioni chiare sulla durata della permanenza degli ospiti: anche questi fattori hanno contribuito a rendere problematiche l’organizzazione e l’attuazione di programmi di gestione e di integrazione nel territorio, anche semplicemente a breve termine. Quello che alcuni hanno definito l’“effetto delega” sul privato sociale ha creato la sgradevole percezione di un sovraccarico, dalle persone del territorio che hanno visto dall’esterno l’accoglienza, puramente come una opportunità di “business".
Ciò non ha impedito a molti centri Caritas di promuovere percorsi e attività per favorirne l’integrazione degli ospiti nel territorio e con le comunità locali.

Per dare profondità e senso a questi numeri, una frase di Papa Francesco: "Mentre fissiamo lo sguardo sulla Santa Famiglia di Nazaret nel momento in cui è costretta a farsi profuga, pensiamo al dramma di quei migranti e rifugiati che sono vittime del rifiuto e dello sfruttamento”.

Per Caritas, l’immigrazione è un’opportunità e una sfida, se si vuole costruire una visione strategica comune, estesa all’intero continente. Se gestita come si deve, si rivela fonte di ricchezza per le nostre società ed economie. In un’Europa senza frontiere interne, gli stati membri e l’Unione devono agire secondo una visione comune anche lungo i confini esterni: è il presupposto per gestire in modo convincente e aperto l’immigrazione legale e l’integrazione, e per lottare contro l’immigrazione “clandestina”.
Pur continuando a sostenere valori universali come la protezione dei rifugiati, il rispetto della dignità umana e la tolleranza, tradendo i quali tradiremmo il meglio di noi stessi.
Dati: caritas.it

 

Luca Grandi
Vice Direttore
Caritas Diocesana Grosseto

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