Smart Working, l'Italia in ritardo

| di Luigi Galimberti
| Categoria: Economia
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E' noto a tutti che la crisi in atto è strutturale, ovvero che la crisi finanziaria nata nei primi mesi del 2008, dal tracollo della Lehman Brothers, si sia trasformata pian piano nei mesi successivi in una crisi economica. Quest'ultima durata troppo tempo ha finito per incidere e modificare i classici modelli organizzativi. Partiti, associazioni, addirittura le famiglie nella sua struttura ed organizzazione. Un esempio è dato dagli studi professionali decimati nelle grandi città con la coseguente nascita di studi associati. Così le imprese di successo che sul mercato tirano la concorrenza, in questi giorni stanno dando prova di aver preso la leadership del mercato, non solo scovando nuove aree di meracato o semplicemente opportunità.

Le organizzazioni di successo si caratterizzano sempre di più per la loro capacità di abbandonare modelli organizzativi inefficaci e creare condizioni di lavoro che permettano di rispondere contemporaneamente a nuovi obiettivi di business e esigenze delle persone e la creazione di nuovi prodotti, consumi ed esigenze. I tradizionali criteri per la progettazione organizzativa vanno affiancati da principi quali la collaborazione emergente, l’autonomia e la flessibilità nella scelta degli spazi e degli stili di lavoro, la valorizzazione dei talenti, la responsabilità e l'innovazione diffusa. Lo sviluppo e la diffusione di tecnologie ICT in grado di supportare la comunicazione, la collaborazione e la creazione di social network, insieme alla diffusione sempre più pervasiva di device mobile "intelligenti" e di facile utilizzo, possono agevolare e supportare le aziende in questo cambio di paradigma.

Come sempre le PMI Italiane sono in ritardo rispetto alle concorrenti europee, perchè ? Qual'è la causa di questa resistenza al cambiamento, all'accogliere il nuovo ?

Forse un mix di fattori, la mancanza di infarmazioni è una di queste, che unite alla miopia delle associazioni di categoria fanno tutto il resto. Il problema vero delle imprese nostrane è la cultura dell'imprenditore, troppo spesso con un grado di scolarizzazione basso e poco predisposto all'acculturamento. Non c'è la consapevolezza che il successo e la prosperità passino per le informazioni possedute, dalla capacità di legare insieme informazioni preziose e dati. Dai noi le imprese credono che il successo passi per le conoscenze di persone influenti, che per eccellere bisogna solo cercare di conoscere le persone giuste, sbagliato. Per eccellere bisogna avere le idee chiare, una cultura, passione, contro dei costi di produzione, in pratica conoscere le dinamiche che regolano i mercati, le tecniche di produzione, il controllo di gestione e anche conoscere le leve di competitività che una impresa può mettere in campo.



 

 

Luigi Galimberti

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