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Bilanci locali, sindaco Bonifazi: “Il nostro non è ricco ma sano"

“In gioco la nostra idea di welfare, la sostenibilità dei servizi a domanda individuale per il 70% a carico della fiscalità generale"

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GROSSETO - “Il Bilancio del Comune di Grosseto è un bilancio sano. Povero ma sano. Povero come quelli di tutte le amministrazioni locali oggetto da anni di tagli indiscriminati e contraddittorie azioni statali di “spending review”. Sano perché in equilibrio, perché recupera evasione fiscale, taglia gli sprechi, abbassa il livello di residui attivi vetusti e riduce l'indebitamento. Il problema vero non sono però tanto le questioni contabili seppur di sostanza su cui anche il Consiglio comunale di oggi ha lungamente dibattuto ma quello che realmente siamo in grado di offrire ai cittadini in termini di qualità della vita. Perché le parti politiche possono scontrarsi sul dove, quando e come destinare una somma di denaro ma è il sistema complessivo che merita una riflessione. Non la singola spesa che, giusta o sbagliata a seconda delle opinioni, non cambia la questione di fondo.

La realtà è che in futuro gli amministratori locali dovranno fare i conti con sempre meno soldi e sempre maggiori esigenze sociali, alcune nuove perché cambiano con il cambiare del contesto e dei tempi, altre vecchie in quanto già acquisite. Si dovranno fare i conti con la sostenibilità dei servizi a domanda individuale (destinati a fasce specifiche di cittadinanza e non obbligatori, come spiegato più volte dalla stessa Corte dei Conti ma che rappresentano una colonna fondamentale del welfare) dove la compartecipazione dei cittadini si aggira da anni intorno al 30%, che significa il 70% a carico della fiscalità generale. Negli asili comunali spendiamo oltre 4 milioni di euro e ne incassiamo 700mila. Nell'assistenza agli anziani ne spendiamo 8 milioni e rientriamo di circa la metà. Nelle mense e nel trasporto scolastico abbiamo rispettivamente una compartecipazione che va dal 10 al 15% nel primo caso e si colloca intorno al 50% nel secondo. Percentuali che scendono vertiginosamente per biblioteche, teatri, musei e impianti sportivi. Dove è la sostenibilità? Non c'è, eppure va trovata con delle scelte, perché il Welfare è alla base della convivenza civile. Né si può pensare che eliminando qualche spesuccia nel mondo associativo, come alcuni mostrano di credere anche in Consiglio comunale, si possano coprire queste spese gigantesche. Ad essere ripensato deve essere il sistema intero e le strade sono solo due: aumentare la compartecipazione o incidere sulle spese per erogare quei servizi; cosa non facile in questa fase economica che tra le tante conseguenze non ha solo l'aumento delle difficoltà sociali ma anche un decadimento graduale della sensibilità verso la cosiddetta “solidarietà fiscale”.
E poi i rapporti con lo Stato centrale. La burocrazia e gli asfissianti vincoli di stabilità rendono difficile anche fare i lavori già coperti. Le regole cambiano continuamente, vedi la cosiddetta armonizzazione contabile voluta dallo Stato che, di fatto, obbliga i comuni ad appesantire i loro bilanci in maniera sproporzionata e per decenni. E ancora il mito del federalismo fiscale, diventato un'operazione capace di trasformare i comuni in semplici gabellieri. E si può proseguire: spendiamo soldi per la manutenzione di intere aree che non sono comunali: penso al caso clamoroso dell'area del Tiro a Segno, per la quale avremmo tanti progetti “verdi” se lo Stato ce la passasse, come tante volte ha detto. Ma penso anche alle potenzialità di sviluppo di un'area come quella ex Ansaldo, già urbanizzata, se il demanio militare ce la concedesse. Ma niente. Penso anche, per fare un esempio particolare tra tanti, ai 3mila euro a udienza spesi per le 80 che hanno caratterizzato il Processo Concordia e dallo Stato non abbiamo avuto ancora un centesimo. Potrei andare avanti a lungo ma il senso credo sia già abbastanza chiaro.
Su temi che hanno a che fare con la stessa esistenza delle amministrazioni comunali credo sia necessario aprire un dibattito serio e non strumentale, visto che tutti i comuni italiani sono nella stessa barca. Non discutere seriamente delle cose porta a sottovalutarle, come è stato nel caso dell'abolizione delle Province”.

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