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MIGRAZIONE Maremma: Parole Chiave 1° di Andrea Martinelli

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“Tutti ti dicon Maremma Maremma
e a me mi pare ‘na terra amara.
L’uccello che ci và perde la penna
io c’ho perduto ‘na persona cara.
Sia maledetta Maremma Maremma
sia maledetta Maremma e chi l’ama.”

 

 

Inizia così il triste e noto canto o nenia di non precisata origine “Maremma Amara” che è il lamento e il pianto, forse di una donna, che sente ormai prossima la partenza verso quella terra di una persona a lei familiarmente vicina e amata. Ma l’imminente abbandono è vissuto in modo tragico in quanto c’è il peso brutale di un’esperienza passata, ma ancora fresca nella memoria che le incute la paura del non ritorno: la perdita di una persona cara. Ecco così la maledizione per quella meta funesta e per tutti coloro che in essa nutrono una speranza forte: “… tutti ti dicon Maremma Maremma…”. Si rivela in queste semplici strofe l’immagine storica di questa terra: un groviglio di speranza e temerarietà nella ricerca di una nuova terra e lo sgomento e mestizia per un destino segnatamente avverso. Storia di migrazioni, se si vuole, ma storia recente che si può far risalire alla prima metà dell’800 quando, iniziata l’opera di bonifica voluta dal Granduca Leopoldo II° dei Lorena, molto terreno si doveva liberare dalla morsa della palude a dalla malaria rendendolo accessibile alla produzione agricola. Si stava compiendo il passaggio dalla pastorizia all’agricoltura che è poi il passaggio chiave verso la modernità.

La Maremma da terra abbandonata, quasi del tutto spopolata per l’esalazione di miasmi mefitici e per l’imperversare dell’anofele (“terra malata” l’aveva definita Leopoldo II°), si avviava ad assumere un ruolo nell’economia agricola toscana e nazionale. Per molti, contadini e gente comune di quasi tutta l’Italia, la Maremma si presentava come il miraggio di una nuova fonte di lavoro, una nuova “terra promessa”. Inizialmente, insieme a “genti” residenti nel territorio toscano furono utilizzati nella grande opera di bonifica operai e maestranze provenienti dal Lombardo-Veneto, dai Ducati di Parma e di Modena, dove erano insediati gli Asburgo dei quali i Lorena costituivano un ramo familiare. Certo che le malsane condizioni territoriali, l’incombere della malaria ancora lontana dall’essere debellata, rendevano precarie le condizioni di vita di tutti quelli che con varie aspirazioni erano sopraggiunti in questa terra. Ritornano le parole di “Maremma amara”: “… e a me mi pare ‘na terra amara”. Ed è veramente amara la vita in Maremma! Si lavora, si spera, ma purtroppo per molti non c’è più stato ritorno. Ma molti sono rimasti, i più forti forse o più fortunati.

E’ grazie a questi disperati temerari che questa terra riprende a vivere, si assiste ad un costante aumento demografico e all’intensificazione della produzione agricola. Ma chi sono questi “nuovi maremmani” e da dove provengono? Da ogni dove. Sono toscani, veneti, lombardi, emiliani, romagnoli delle Valli di Comacchio, abruzzesi del Fucino.
Di pari passo allo sviluppo del settore agricolo si intensifica l’indutria mineraria nelle Colline Metallifere per l’estrazione della pirite, a Ribolla per il carbone, nell’Amiata per il mercurio. Anche le miniere sono una calamita per flussi migratori da molte parti d’Italia. Molto ha rappresentato la “Miniera” nella vita e nella cultura di queste terre: quanto sacrificio, quante sciagure!

 

Ma quanta umanità, quanta coscienza politica e sindacale, quanta cultura tecnologica. Soprattutto, quanta solidarietà tra persone di diversa provenienza regionale che ha dato origine ad un fecondo impasto di dialetti, linguaggi e modi di dire! E’ sicuramente in questo amalgama e intreccio di diverse culture regionali che si è formato il carattere umano e l’originalità demografica della Maremma.

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